[spacer height=”20px”]Ombra e fortuna: Capitolo 1

CAPITOLO UNO

Sangue sulle strade, La Gloria della Morte, Giù dalla Donna Barbuta

 

Parte I

 

Le Mannaie avevano appeso la Gazza facendo passare una caviglia per impiombare arrugginita attraverso la mascella e l’avevano lasciato in balia degli sciacalli dei moli. Era il diciassettesimo omicidio di un membro di una gang a cui l’uomo incappucciato aveva assistito quella notte.

Una notte tranquilla, per Bilgewater.

Perlomeno da quando il Re dei Corsari era caduto.

Ratti del pontile dalle bocche insanguinate avevano già eroso la maggior parte dei piedi dell’uomo e ora cercavano di affondare i denti nella tenera carne dei polpacci arrampicandosi sui cesti.

L’uomo incappucciato continuò a camminare.

Impossibile liberare la Gazza senza farne a pezzi il cranio. ‘Aiutami.’

Le parole erano bagnate, gorgogliate attraverso una gola ostruita dal sangue. L’uomo incappucciato si voltò di scatto, le mani rivolte alle armi appese al cinturone.

Incredibile. La Gazza impalata sullo spuntone dall’impugnatura d’osso era ancora viva. Gli Uncini l’avevano piantato troppo a fondo nella struttura di legno di una gru da carico.

Impossibile liberare la Gazza senza farne a pezzi il cranio. ‘Aiutami.’ disse di nuovo.

L’uomo incappucciato valutò la richiesta della Gazza.

‘Perché dovrei?’, chiese alla fine. ‘Anche se riuscissi a liberarti, non passeresti la notte.’

La Gazza alzò una mano fino a raggiungere una tasca nascosta nel suo farsetto di patchwork e ne estrasse un kraken d’oro. Nonostante la scarsa illuminazione, l’uomo incappucciato vide che era autentico.

Mentre si avvicinava, i ratti iniziarono a soffiare e a sollevare il pelo sulla schiena. Non erano particolarmente grossi, ma erano decisi a difendere quella carne così fresca. Mostrarono lunghe zanne simili ad aghi, sputando saliva infetta.

Con un calcio il primo ratto finì in acqua. Il secondo venne calpestato. Scattavano e mordevano, ma i movimenti agili dei piedi dell’uomo impedirono loro di saggiare la sua carne. Ogni movimento era rapido e preciso. Ne uccise altri tre, prima che i loro compagni si ritirassero nell’oscurità, fissandolo rabbiosi con i loro occhi rossi.

L’uomo incappucciato osservò la Gazza. Il suo volto era nascosto, ma la luce di una luna crudele faceva intendere che non avrebbe più sorriso.

‘La morte è venuta per te’, disse. ‘La morte è venuta per te’, disse Lucian. ‘Accoglila, con la consapevolezza che io farò in modo che sia definitiva.’

Estrasse un punteruolo d’argento dal cappotto. Era cesellato con simboli intricati per tutte le due spanne di lunghezza, uno strumento da conciatore decorato. Appoggiò la punta al mento dell’uomo agonizzante.

La Gazza spalancò gli occhi e afferrò il braccio dell’uomo incappucciato, fissando lo sguardo sulla vastità dell’oceano. Il mare era uno specchio nero illuminato da una miriade di candele, bracieri e lampade distorta attraverso i vetri recuperati da migliaia di relitti.

‘Sapete cosa vi aspetta’, disse. ‘Ne conoscete l’orrore. Eppure vi sbranate tra di voi, come bestie rabbiose. Non ne comprendo il senso.’

Si girò e colpì l’impugnatura del punteruolo con la base del palmo, spingendo la punta nel cervello dell’uomo. Un ultimo spasmo e la Gazza aveva smesso di soffrire. La moneta d’oro cadde dalle dita ormai morte e rotolò fino all’oceano con un piccolo schizzo.

L’uomo ritirò il punteruolo e lo pulì sulla maglia lacera della Gazza. Lo rinfoderò nella guaina all’interno del cappotto ed estrasse un ago d’oro e del filo d’argento che era stato immerso nelle acque estratte da una fonte di Ionia.

L’abilità con cui lavorava era quella di chi aveva già eseguito molte volte queste operazioni: cucì gli occhi e le labbra dell’uomo ripetendo parole che aveva imparato una vita fa, parole che erano state pronunciate per la prima volta da un re defunto da molto tempo.

‘Ora i morti non possono rivendicarti’, disse una volta concluso il lavoro e riposti gli strumenti.

‘Loro forse no, ma noi non ce ne andremo di certo a mani vuote’, disse una voce alle spalle dell’uomo incappucciato.

Si girò e abbassò il cappuccio, svelando un volto la cui pelle era del colore e dell’aspetto del mogano invecchiato e i cui zigomi erano spigolosi e nobili. Portava i capelli scuri legati in una luna treccia sullo scalpo rasato. Occhi che avevano visto orrori indescrivibili osservarono i nuovi arrivati.

Sei uomini. Vestiti con grembiuli di cuoio induriti dal sangue e tagliati in modo da mostrare muscoli tesi e tatuati di spine. Ognuno impugnava un uncino seghettato e indossava un cinturone a cui erano appesi coltelli da macellaio di varia misura. Criminali di nessun valore, che la morte del tiranno che aveva regnato su Bilgewater col pugno di ferro aveva reso sfacciati. Senza di lui, la città era precipitata nel caos di una guerra tra gang rivali per il controllo del territorio.

Il loro approccio non era stato furtivo. Stivali chiodati, puzzo di interiora e insulti a mezza voce avevano annunciato la loro presenza con largo anticipo.

‘Non mi spiace vedere una moneta finire alla Donna Barbuta, non mi spiace affatto’, disse il più grosso dei Macellai, un uomo con un ventre così enorme che il fatto di essere in grado di avvicinarsi abbastanza a una carcassa da lavorarci era incredibile. ‘Ma uno dei nostri ha ucciso il caro Old Knock John, una cosa onesta, proprio così. E quindi quel serpente d’oro è nostro.’

‘Vuoi morire?’ chiese l’uomo.

Il grassone scoppiò a ridere.

‘Sai con chi stai parlando?’

‘No. E tu?’

‘Avanti, dimmi pure, così potrò incidere il tuo nome sulla pietra che userò per mandarti a picco.’

‘Mi chiamo Lucian’, disse, scostando il lungo cappotto ed estraendo una coppia di pistole composte da pietre scolpite e metalli bruniti sconosciuti anche agli alchimisti più spericolati di Zaun. Un’esplosione accecante di luce sollevò il Macellaio da terra e lasciò un buco bruciante nel punto dove si trovava il suo cuore rigonfio.

La seconda pistola di Lucian era più piccola, lavorata più finemente. Da essa partì una linea bruciante di fuoco giallo che tagliò a metà un altro dei Macellai, dalla clavicola all’inguine.

Come i ratti prima di loro, i Macellai fuggirono, ma Lucian li prese uno alla volta. Ogni esplosione di luce era un colpo letale e in un batter d’occhio i sei giacevano a terra morti.

Rinfoderò le pistole e tornò a coprirsi con il cappotto. Il suono e la furia del suo lavoro avrebbero attratto altre persone e non aveva il tempo di salvare le anime di questi uomini da ciò che stava arrivando.

Lucian sospirò. Fermarsi per aiutare la Gazza era stato un errore, ma forse l’uomo che era stato un tempo non era andato del tutto perduto. Un ricordo minacciava di riaffiorare, ma scosse la testa.

‘Non posso permettermi di essere di nuovo lui’, disse Lucian.

Non è abbastanza forte per uccidere il Carceriere.

 

Parte II

 

La cotta di maglia del gelo di Olaf era ricoperta di sangue e viscere. Emise un grugnito mentre sollevava la sua ascia con una sola mano. Di fronte all’arma le ossa si schiantavano e i muscoli si squarciavano. La lama era temprata nel Vero Ghiaccio nelle profondità più recondite del Freljord.

Con una torcia nell’altra mano, si addentrò nelle viscere gocciolanti del krakenwyrm, tagliando più a fondo con ogni colpo. Ci erano volute tre ore per arrivare fin qui, attraverso enormi organi luccicanti e ossa massicce.

Certo, la bestia era già morta, trafitta una settimana fa dopo una caccia durata un mese e iniziata nelle terre del nord. La sua pelle a scaglie era stata trafitta da più di trenta arpioni lanciati da forti braccia e da larghe spalle sul ponte della Bacio dell’Inverno, ma era stata la lancia di Olaf a porre fine alla battaglia.

Uccidere la bestia nel cuore della bufera al largo di Bilgewater era stato esaltante e per un breve momento, mentre la nave si inclinava e per poco non lo gettava tra le fauci del mostro, aveva pensato che potesse essere il momento di andare incontro al destino e ottenere la morte gloriosa che cercava.

Ma il timoniere Svarfell, siano maledette le sue possenti spalle, aveva riportato il timone al centro e raddrizzato la nave.

E Olaf, purtroppo, era sopravvissuto. Un altro giorno lo avvicinava al terrore di una morte pacifica nel suo letto, la morte di un anziano ormai ingrigito.

Avevano ormeggiato a Bilgewater, nella speranza di vendere la carcassa dopo averla spogliata dei trofei; denti enormi, sangue nero che bruciava come petrolio e costole titaniche per fare da tetto alla magione di sua madre.

I membri del clan, esausti per la caccia, stavano dormendo sulla Bacio dell’Inverno, ma Olaf era irrequieto. Impossibile riposare: prese la sua ascia e iniziò a smembrare il mostro colossale.

Finalmente aveva raggiunto le fauci del mostro dall’interno, una bocca abbastanza grande da ingoiare un intero clan o da schiantare una trireme da trenta uomini con un solo morso. I denti erano zanne affilate come rocce di ossidiana.

Olaf annuì. ‘Sì. Perfetti per circondare il fuoco dei camminatori del vento e dei lettori di ossa e cenere.’

Piantò la base acuminata della torcia nella carne del krakenwyrm e iniziò a lavorare, colpendo la mandibola fino a liberare un dente. Appese l’ascia alla cintura, sollevò il dente e se lo mise in spalla, sbuffando per il peso.

‘Come un troll dei ghiacci che costruisce la sua tana.’ disse mentre si faceva strada tra le interiora della bestia, immerso fino alle ginocchia nel sangue e nei succhi gastrici.

Alla fine emerse dall’enorme ferita nella parte posteriore del krakenwyrm e tirò un profondo respiro di aria leggermente più fresca. Anche in confronto alle viscere della bestia, Bilgewater era una zuppa rancida di fumo, sudore e morte. L’aria era pesante a causa dell’odore di troppe persone costrette a vivere in uno spazio infimo, come maiali in un tumulo.

Sputò un grumo rancido e disse: ‘Prima torno a nord, meglio è.’

L’aria del Freljord era così affilata che poteva tagliare la carne. Qui, invece, ogni respiro aveva il sapore di latte inacidito e carne marcia.

‘Ehi!’ gridò una voce dall’acqua.

Olaf strizzò gli occhi nel buio e vide un pescatore solitario che remava verso il mare aperto, oltre una linea di boe ornate con uccelli morti e campane.

‘Quella bestia ti ha cagato addosso?’ gridò il pescatore.

Olaf annuì e disse: ‘Non avevo abbastanza oro per pagarmi il tragitto via nave, mi sono fatto ingoiare nel Freljord e mi ha portato a sud.’

Il pescatore sorrise e diede un sorso da una bottiglia di vetro blu incrinata. ‘Questa è una storia che mi piacerebbe ascoltare, proprio così!’

‘Vieni sulla Bacio dell’Inverno e chiedi di Olaf’, gridò. ‘Ci divideremo un barile di gravöl e renderemo onore alla bestia con canzoni di sventura.’

 

Parte III

 

Di solito l’aria attorno al Molo Bianco puzzava di guano di gabbiano e pesce marcio. Oggi sapeva di carne bruciata e fumo, un odore che Miss Fortune ormai associava alla morte di altri uomini di Gangplank. La cenere oscurava il cielo e i fumi maleodoranti si trascinavano dai Moli del Sangue verso est da tinozze brucianti di grasso di leviatano sciolto. Miss Fortune poteva sentire il grasso in bocca e sputò sulle travi deformate del molo. L’acqua al di sotto era coperta dalla schiuma dei residui emessi da migliaia di cadaveri affondati negli anni.

‘Avete avuto una notte impegnata’, disse annuendo verso il fumo che saliva da occidente.

‘Già, proprio così.’ disse Rafen. ‘Parecchi uomini di Gangplank andranno a fondo, oggi.’

‘Quanti ne avete presi?’ chiese Miss Fortune.

‘Altri dieci alla Rupe.’ disse Rafen. ‘E i Tombaroli non ci daranno più problemi.’

Miss Fortune fece un cenno di approvazione e si girò verso il cannone ornato di bronzo sulla banchina.

All’interno si trovava Jackknife Byrne, morto a causa del colpo di pistola all’addome ricevuto il giorno in cui tutto cambiò, il giorno in cui la Pozza della Morte esplose davanti agli occhi di tutti a Bilgewater.

Un colpo di pistola diretto a lei.

Per Byrne era il momento di andare a riposare tra i morti ed era suo dovere essere presente per vederlo affondare. Circa duecento uomini e donne si erano radunati per rendergli omaggio; i suoi stessi tenenti, i membri della vecchia gang di Byrne e sconosciuti che potevano essere membri di precedenti equipaggi o curiosi venuti a vedere la donna che aveva sconfitto Gangplank.

Byrne aveva affermato di aver comandato una sua nave, un brigantino con due alberi che seminava terrore sulla costa di Noxus, ma l’unica prova era la sua parola. Forse era vero, forse no. A Bilgewater la verità era spesso più strana di qualsiasi storia raccontata nei molti canti marinareschi della città.

‘Vedo che si stanno scontrando anche sui Moli del Sangue.’ disse Miss Fortune, spazzando particelle di cenere dal bavero. Lunghi capelli rossi cadevano da un cappello a tricorno sulle spalle della redingote formale.

‘Sì, non è stato difficile mettere i Mastini della città del ratto e i Re dei Pontili gli uni contro gli altri.’ disse Rafen. ‘Ven Gallar ha sempre avuto un debole per quella zona. Dice che i ragazzi di Says Travyn l’hanno sottratta a suo padre un decennio fa.’

‘È vero?’

‘Chi lo sa?’ disse Rafen. ‘Importa qualcosa? Gallar sarebbe in grado di dire qualsiasi cosa pur di controllare quella parte dei moli. Gli ho solo dato una mano.’

‘Non è rimasto molto da controllare, ormai.’

‘Già.’ disse Rafen. ‘Si sono praticamente fatti a pezzi. Immagino che nessuna delle due gang ci darà problemi per un bel po’.

‘Ancora una settimana così e non ci saranno più uomini di Gangplank.’

Rafen le diede una strana occhiata e Miss Fortune fece finta di non averlo notato.

‘Avanti, vediamo di affondare Byrne.’ disse Miss Fortune.

Raggiunsero il cannone, pronti a spingerlo in acqua. Una foresta di boe di legno galleggiava sulla superficie fetida, da semplici dischi di legno a elaborate sculture di draghi di mare.

‘Qualcuno ha qualcosa da dire?’ chiese Miss Fortune.

Nessuno rispose e lei fece un cenno a Rafen, ma un momento prima che il cannone finisse in acqua, sul molo echeggiò una voce possente.

‘Io ho qualcosa da dire.’

Miss Fortune si girò e si trovò di fronte a una donna immensa dagli abiti colorati composti da decine di metri di tessuto che avanzava ad ampie falcate verso di loro. Era accompagnata da un gruppo di uomini, una dozzina di giovani armati di lance dalla punta seghettata, pistole dalla bocca larga e mazze uncinate. Avevano la strafottenza del gruppo, la presunzione di chi pensa di comandare, supportata dalla presenza della loro sacerdotessa.

‘Per i sette inferni, cosa ci fa qui lei?’

‘Illaoi conosceva Byrne?’

‘No. Ma conosce me.’ disse Miss Fortune. ‘Ho sentito dire che tra lei e Gangplank… hai presente?’

‘Davvero?’

‘Così si dice.’

‘Per la Donna Barbuta, ecco perché gli uomini di Okao nelle ultime settimane erano così agguerriti.’

Illaoi reggeva una sfera di pietra che dava l’impressione di pesare quanto l’ancora della Sirena. L’imponente sacerdotessa la portava con sé ovunque; per quanto ne sapeva Miss Fortune, doveva essere un qualche tipo di totem. L’entità che tutti chiamavano Donna Barbuta, per loro aveva un nome praticamente impronunciabile.

Illaoi tirò fuori da qualche parte un mango sbucciato e ne prese un morso. Masticò rumorosamente il frutto con la bocca aperta, guardando nel cannone. In tutta la sua vita, Miss Fortune non aveva mai desiderato così tanto che un cannone fosse carico e pronto a far fuoco.

‘Un uomo di Bilgewater merita una benedizione di Nagakabouros, no?’

”Ma sì.’ disse Miss Fortune. ‘Sta per scendere a incontrare la dea, dopotutto.’

‘Nagakabouros non vive nelle profondità.’, disse Illaoi. ‘Solo gli sciocchi paylangi lo credono. Nagakabouros è in tutto quello che facciamo mentre procediamo lungo il cammino.’

‘Già, che stupida che sono.’, disse Miss Fortune.

Illaoi sputò in acqua il nocciolo fibroso del mango e fece ruotare l’idolo di pietra come un enorme palla di cannone, portandolo davanti a Miss Fortune.

‘Non sei stupida, Sarah.’, disse Illaoi ridendo. ‘Ma non sai nemmeno cosa sei, cosa hai fatto.’

‘Perché sei venuta qui, Illaoi? Si tratta di lui?’

‘Ha! Affatto.’, sbuffò Illaoi. ‘La mia vita è dedicata a Nagakabouros. Un dio o un uomo? Ci sono dubbi sulla scelta?’

‘Nessuno.’ disse Miss Fortune. ‘Peccato per Gangplank.’

Illaoi sorrise, mostrando la bocca piena di mango masticato.

‘Non hai torto,’ disse annuendo lentamente, ma ancora non sai ascoltare. Hai liberato una lamanguilla, quando avresti dovuto calpestarle la testa e andartene prima che potesse affondare i denti nella tua carne. Il tuo movimento si fermerà per sempre.’

‘Cosa significa?’

‘Vieni a trovarmi quando l’avrai capito.’ disse Illaoi, porgendole la mano. Sul suo palmo si trovava un ciondolo composto da corallo rosa disposto in una serie di curve che irraggiavano da un cuore centrale, come un occhio impassibile.

‘Prendilo.’ disse Illaoi.

‘Cos’è?’

‘Un simbolo di Nagakabouros. Ti guiderà quando ti perderai.’

‘Cos’è davvero?’

‘Niente più di ciò che ho detto.’

Miss Fortune esitò, ma era circondata da troppe persone per poter offendere platealmente una sacerdotessa della Donna Barbuta rifiutandone un dono. Prese il ciondolo e si tolse il tricorno per indossare il laccio di cuoio attorno al collo.

Illaoi le sussurrò all’orecchio.

‘Non penso che tu sia stupida.’, disse. ‘Dimostrami che ho ragione.’

‘Perché dovrebbe interessarmi cosa pensi?’ chiede Miss Fortune.

‘Perché sta per arrivare una tempesta.’ disse Illaoi, accennando a qualcosa dietro le spalle di Miss Fortune. ‘Sai di chi parlo, ti conviene prepararti a rivolgere la prua alle onde.’

Si girò e con un calcio spinse il cannone di Byrne dal molo. Cadde in acqua con ampi spruzzi e affondò in una miriade di bolle prima che la superficie oleosa si richiudesse, la boa ondeggiante come unico monito della sua presenza.

La sacerdotessa della Donna Barbuta tornò da dove era venuta, dirigendosi verso il tempio sulla scogliera e Miss Fortune rivolse il suo sguardo al mare.

Una tempesta si stava preparando al largo, nell’oceano, ma Illaoi non aveva guardato in quella direzione.

Aveva guardato verso le Isole Ombra.

 

Parte IV

 

Nessuno pescava nella baia di Bilgewater di notte.

Piet sapeva perché, ovviamente. Aveva avuto tutta la vita per conoscere queste acque. Le correnti erano infide, sotto la superficie si nascondevano scogli pronti a squarciare gli scafi e il fondale era disseminato di relitti di navi i cui capitani non avevano mostrato il dovuto rispetto al mare. Soprattutto, era noto che gli spiriti dei morti in mare cercavano compagnia per alleviare la loro solitudine.

Piet sapeva bene tutto ciò, ma doveva comunque dar da mangiare alla sua famiglia.

La nave del capitano Jeremiad era bruciata, presa nel fuoco tra Gangplank e Miss Fortune.

Piet non aveva più un lavoro e i soldi per comprare cibo. Aveva bevuto mezza bottiglia di sidro strisciante per trovare il coraggio di spingere la sua barca in acqua stanotte e l’idea di bere qualcosa con il gigante del Freljord l’aveva aiutato a calmarsi.

Piet prese un’altra sorsata dalla bottiglia tirando la poca barba che aveva sul mento e versando un goccio a lato per onorare la Donna Barbuta.

Riscaldato e intorpidito dall’alcol, remò oltre le boe di segnalazione con i loro uccelli morti fino a raggiungere una zona dove la notte precedente aveva avuto un po’ di fortuna. Jeremiad diceva sempre che Piet aveva fiuto per i pesci e ora aveva la sensazione che si sarebbero radunati nel punto dove i resti della Pozza della Morte erano andati alla deriva.

Piet tirò i remi in barca e li mise da parte prima di finire la bottiglia di sidro. Quindi, facendo attenzione a lasciarne un ultimo sorso, la gettò in mare. Con dita stanche e stordite dall’alcol mise sugli ami delle larve che aveva raccolto dall’orbita di un morto e legò le lenze alle gallocce.

Chiuse gli occhi e sporgendosi da un lato della barca immerse entrambe le mani in acqua.

‘Nagakabouros,’ disse, nella speranza che il nome dato dai nativi alla Donna Barbuta potesse portargli fortuna, ‘Non chiedo molto. Aiuta questo povero pescatore e concedigli qualche boccone dalla tua dispensa. Vigila su di me e proteggimi. E se dovessi morire nel tuo abbraccio, tienimi giù assieme ai morti.’

Piet aprì gli occhi.

Un volto pallido lo fissava, appena sotto il ciglio dell’acqua. Brillava di un fuoco gelido e senza luce.

Lanciò un grido e ricadde all’indietro mentre le lenze si tendevano una dopo l’altra. La barca iniziò a girare, dall’acqua salivano sottili spirali di nebbia. La foschia divenne subito più densa e presto le luci delle scogliere di Bilgewater furono oscurate da una nebbia nera come il carbone che giungeva dal largo.

Una cacofonia di uccelli che un tempo erano morti giunse dalle boe di segnalazione, seguita dal frastuono delle campane causato dal contorcersi dei corpi.

La Nebbia Oscura…

Piet cercò freneticamente i remi, tentando di rimetterli negli scalmi nonostante il terrore. Il gelo della nebbia era paralizzante e linee di nero necrotico si addentravano sulla pelle nei punti in cui veniva a contatto. Iniziò a piangere, sentiva il gelo della tomba lungo la spina dorsale.

‘Donna Barbuta, Madre dei Fondali, Nagakabouros,’ singhiozzò. ‘Portatemi a casa. Vi prego, chiedo solo-‘

Piet non finì mai la sua preghiera.

Dal petto eruppero due catene uncinate, le punte macchiate del rosso vivo del sangue. Un terzo uncino gli trapassò il ventre, un altro la gola. Un quinto e un sesto gli perforarono le mani e iniziarono a tirare, inchiodandolo alla barca. Il dolore arrivò come un’ondata e iniziò a urlare.

Una figura di pura malignità emerse dalla Nebbia Oscura, il teschio circondato da fiamme color smeraldo. Le orbite ricolme di spiriti vendicativi bruciavano nel godimento per il suo dolore.

Lo spirito era coperto da vesti antiche e chiavi arrugginite gli raschiavano i fianchi. Un cadavere lanterna incatenato gemeva e oscillava con orrendo appetito dal pugno chiuso.

Il vetro della lanterna infernale si aprì per accoglierlo. Piet poteva sentire la sua anima liberarsi dal calore della carne. Anime torturate stridevano dalle sue profondità, rese folli da pene senza fine. Piet cercò di impedire al suo spirito di abbandonare il corpo, ma il lampo di una falce spettrale pose fine al suo tempo nel mondo e la lanterna si chiuse di scatto.

‘Un’anima miserabile,’ commentò il mietitore con una voce come ghiaia su una lapide. ‘Ma solo la prima a essere reclamata da Thresh stanotte.’

La Nebbia Oscura si increspò, gonfia delle sagome di spiriti malefici, spettri urlanti e cavalieri fantasma.

L’oscurità ribollì sul mare e si diresse verso la terra.

E le luci a Bilgewater iniziarono a spegnersi.