LEAGUE JUDGMENT: VARUS

Candidato: Varus
Data: 7 Marzo, 22 CLE

OSSERVAZIONI

 

Assorbe il suo arco, per paura di essere tentato di usarlo nell’Istituto di Guerra; striscia nel suo palmo per riposare. La pulizia della camera è impeccabile, tanto da potersi specchiare nei suoi scudi e nelle sue spade ornamentali; la “sua” forma, sebbene non sia in grado di riconoscerla come propria. Le sue braccia spariscono in dei guanti neri fatti di un liquido che non assume una forma precisa; sudiciume salmastro striscia dalle sue dita dei piedi fino al suo ombelico, incrostandosi in placche.

Ciò che a prima vista può sembrare completamente nero, ad un’indagine più approfondita mostra una colorazione estremamente complessa; in superficie sembra olio. Varus si chiede se avrebbe potuto ottenere di più del giorno precedente, accarezzando come suo solito la parte dove è rimasta solo carne pura. Decide che, dopotutto, è soddisfatto con l’accordo preso – anche se gli specchi gli mostrano una creatura del genere.

 

Non sono rotto, si dice. Non rotto. Ho solo una forma diversa.

RIFLESSIONI

Insegnare è apprendere.

Mostranda a Theshan dove tenere l’arco, come estrarlo, e come trattenere il fiato ha donato a Varus una conoscenza superiore circa queste cose. Suo figlio dovrebbe sapere queste cose per se stesso, del resto suo padre è assegnato come Guardiano del Tempio. Non sarà sempre lì per lui.

Varus non era presente, strettamente parlando; niente di ciò era reala, ed i suoi occhi acuti lo sapevano.

Si trattava di una partita che i Summoner hanno organizzato per sollazzarsi con gli aspiranti della Lega. Ma c’era suo figlio, fortunatamente vivo. Scompigliò i capelli del ragazzo. Varus sapeva cosa stava per succedere, e prese questi doni dove poteva. I due guardarono in alto sulla collina, fino a vedere il Tempio.

Era più antico del villaggio, molto più antico. Una affermazione di ricchezza di altri tempi, senza traccia di pragmatismo nella sua costruzione.

 

“Una Fossa di Pallade,” disse il ragazzo che non era suo figlio. “C’è una Fossa di Pallade lì.”

“Non so all’epoca, ma si.” rispose Varus.

 

“Hanno lasciato un sol uomo in sua difesa?”

“Si.”

Sorpreso circa il suo nuovo ruolo. Le vecchie preghiere che diceva ogni giorno da quando era un ragazzo, adesso sembravano tronche, prive di alcune sillabe importanti; gli Anziani forse le avevano omesse.

I Tatuaggi dell’abile Gufo sulla sua faccia, sul petto e sulle braccia ne avevano alterato la percezione: anche questo era sorprendente. Poi, c’era la Fossa. Circolare, larga cinque piedi, non poteva credere che questo innocuo disco potesse essere la fonte di tante preoccupazioni.

 

La sorpresa raggiunse il culmine però quando – durante la sua prima notte di ronda – iniziò a parlare.

 

Non con le parole, no – le parole sarebbero state facili da ignorare. Parlò con attimi, principalmente: immagini, sensazioni. Conosceva le persone, poteva sentirle attraverso l’aria. Sapeva che avevano una nascondiglio ai piedi della collina, dove si contorcevano nei loro incomprensibili corpi. Varus poteva sentire la sua confusione, e qualcosa come una ferita; l’isolamento del tempio era durato troppo a lungo. Voleva mostrargli qualcosa che gli sarebbe piaciuto. Voleva fare qualcosa per lui. La sua priorità era dare piacere.

Non era la “bestia implacabile” che aveva giurato di contenere.

 

Una volta, quando Varus era entrato nel tempio per eseguire il Rito del Contenimento, vide sé stesso, circondato dai suoi concittadini, in piedi con il vigore di un giovane mentre intorno a lui si torcevano come colture, la loro pelle cadeva come sacchi vuoti. Sentiva che questo in qualche modo lo faceva stare bene.

“Ora?” Chiese, sicuro nella risposta.

“No.” disse Varus.
Quando riparlò, smise completamente di esistere nel presente. Iniziò invece a vagare nel sangue che gli arrivava fino alle caviglie, le increspature che aveva creato crescevano e si sollevavano fino a che non ruggirono e si schiantarono. Udì poi una voce, o l’idea di una voce, che diceva, supplichevole, “Ora?”

 

Il morso di incenso, con i suoi denti di rosmarino e quercia, interruppe la visione. Ricadde sui palmi delle sue mani, rigirandosi e dandosi da fare per caricare il braciere. Scoppiettò sulla sua catena di rame, fuoriuscendo e bruciando le sue mani.
“ORA?”

Si schiantò contro la sua mente, ma il Gufo si fece sentire. Gli diede abbastanza volontà per tirarsi lungo le pareti labirintiche verso la porta, dove poteva vedere il suo villaggio bruciare; ancora, ha dovuto rivederlo ancora.

Scappò, sebbene non sapesse esattamente il perché; c’era una parte di lui che pensava che se avesse preso questa strada, svelando questo volto invece di quello, forse sarebbe stato diverso. Forse non avrebbe trovato la sua moglie spezzata accanto al suo figlio spezzato accanto al suo arco spezzato; forse non voleva neanche prendere quell’arco e riportarlo al Tempio

Si sbagliava.

 

Gli fu donata una visione di un migliaio, migliaio di morti. Sentì una fitta alle costole e poi nel suo cuore. Cadde in ginocchio.

 

“Ora?” Era quasi un sussurro.

 

“Ora,” rispose Varus con un sussurro. “Ora, *******.”

 

E quando lo fece ruppe una grossa diga nel profondo della terra, in modo che il placido disco della pozza raggiunse il suo cuore e schizzò fuori, lasciando sporgenze di nero e caldo vetro ovunque toccò. Stava fluttuando nell’aria, attorno alla spira di fumo fino a che non colpì Varus ai piedi. Scarnificò la sua mano, digerendola e consumando l’arco. Mangiò entrambe le braccia ed entrambe le gambe, fermandosi in segno di… rispetto, se rispetto può essere chiamato, per il Gufo; non avrebbe superato i marchi. In un momento di distaccata follia, Varus si chiedeva quanto a lungo sarebbe durato.
La riflessione vacillò, ed un evocatore ansimava per lo sforzo; le immagini furono strappate dalle loro associazioni, e venivano trasportate lungo una serie di scene da incubo con un immediatezza animalesca. La stanza si solidificò, fu resa più luminosa dalle sensazioni aliene che Varus aveva collezionato negli ultimi anni del suo triste passato.

Solamente le punte di ciascuno dei suoi piedi toccavano terra. Varus sapeva che l’esercito non era poi così lontano. Quando li raggiunse, il carro in testa ebbe la saggezza di incoraggiare i suoi cavalli. Quelli senza saggezza, o quelli maledetti dalla circostanza, iniziarono a morire ad una velocità terribile.

Non appena Varus rallentò, un apparato con l’idea di un arco, anche se non con la forma, prese vita per la prima volta dal suo polso. Non aveva bisogno di essere istruito nel suo utilizzo; un uomo fu istantaneamente trafitto, ed esplose come un otre. Questo fu davvero di grande ispirazione per i compagni, che trovarono in lui una velocità che mai avrebbero ritenuto possibile; Nonostante la loro velocità, erano ancora esseri di carne e sangue. Non bastava.

Anche se quello che era stato sparato non era esattamente una freccia, si era comportata come tale; una freccia corse attraverso le insegne di Noxus, da un soldato senza fiato all’altro, esplodendo infine in sei lingue assetate che li colpirono e li intrappolarono. Con ogni uccisione Varus diventava sempre più veloce, fino a che non ebbe più senso che ogni colpo fosse preciso. La Preghiera andò avanti fino a che non cadde. Era un orrore elegante.
Il tempo passò velocemente. C’erano più prede, e più sangue; furono promesse delle misericordie, ma mai mantenute. L’oscurità passò con l’odore di foglie bagnate, stranamente dolce, i corpi spezzati di uomini e donne venivano resi del tutto astratti nel corso della loro eliminazione. Varus si inginocchiò su un carro divelto per raccogliere un comunicato trafitto da una delle sue lingue taglienti; questo gli rivelò i nomi di alcuni dei cani di Noxus, responsabili di aver impartito l’ordine…

 

Quel dannato ordine. Quello che lui aveva preso e che avrebbe restituito mille volte.

Un evocatore fece un passo in avanti, la sua maschera di giudizio rimase impassibile, la sua presenza scivolò tra gli ultimi squarci della visione. “Il tuo scopo qui è chiaro. Sai che tra i nostri Campioni ci sono degli agenti di Noxus. Questo, tutto questo” indicò con la sua mano, “è la persecuzione di una qualche vendetta.”

 

“Capisci, di certo, che la tua vendetta non è lo scopo di questa Lega?” disse, con gli occhi socchiusi

 

“A questo punto, avrai sicuramente realizzato, “ disse Varus, o almeno la sostanza che stava davanti a lui travestita da Varus, con la sua lingua gonfia e nera. “che è l’unico scopo che mi rimane.”

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