Ombra e fortuna: Capitolo 1

CAPITOLO DUE

Qualcosa di stupido, Il velo rosso, L’ombra della Guerra

 

Parte I

 

Miss Fortune richiuse la canna delle pistole e le appoggiò sul tavolo di fianco alla sua spada corta. Decine di campane isteriche e grida d’allarme giungevano dalla città in preda al panico sotto di lei. Sapeva fin troppo bene cosa significavano.

La Mietitura.

Nonostante la tempesta in arrivo, aveva lasciato aperte le finestre e le imposte della villa acquistata di recente, sfidando i morti. Venti bisbiglianti trasportavano la loro fame e un gelo che si infilava nelle ossa.

Arroccata sulle scogliere orientali di Bilgewater, la villa era appartenuta al capo particolarmente odiato di una gang. Nel caos provocato dalla caduta di Gangplank era stato trascinato dal suo letto e il suo cervello sparso sui ciottoli.

Miss Fortune era la nuova proprietaria e non avrebbe fatto la stessa fine. Passò un dito sulle linee curve del ciondolo che Illaoi le aveva donato al funerale di Byrne. Il corallo era tiepido al tatto e nonostante non credesse in ciò che rappresentava, era comunque abbastanza bello.

La porta della stanza si aprì. Lasciò cadere il ciondolo.

Senza doversi girare, sapeva già chi c’era dietro di lei. Solo un uomo era abbastanza ardito da entrare senza bussare.

‘Cosa stai facendo?’ chiese Rafen.

‘Cosa ti sembra che stia facendo?’

‘Sembra che tu stia per fare qualcosa di stupido.’

‘Stupido?’ disse Miss Fortune, mettendo le mani sul tavolo. ‘Abbiamo versato sangue e perso molte brave persone per sconfiggere Gangplank. Non lascerò che la Mietitura–‘

‘Che la Mietitura cosa?’

‘Mi porti via questo luogo.’ disse di scatto sollevando le pistole e infilandole nelle fondine personalizzate che portava ai fianchi. ‘E non cercare di fermarmi.’

‘Non siamo qui per fermarti.’

Miss Fortune si voltò e vide Rafen sulla soglia delle sue stanze. Un gruppo composto dai suoi combattenti migliori attendeva nell’atrio, uomini armati fino ai denti con moschetti, pistole a ruota, grappoli di bombe di creta e sciabole che sembravano rubate a un museo.

‘Mi sembra che anche voi abbiate intenzione di fare qualcosa di stupido.’ disse.

‘Sì.’ disse Rafen. Andò alla finestra e chiuse le imposte. ‘Pensavi davvero che avremmo lasciato il nostro capitano affrontare quello da sola?’

‘Sono quasi morta per far cadere Gangplank e non ho ancora finito. Non mi aspetto che veniate con me, non stanotte.’ disse Miss Fortune alzandosi di fronte ai suoi uomini e appoggiando le mani sul calcio di noce delle pistole. ‘Questa non è la tua lotta.’

‘Ma certo che lo è.’ disse Rafen.

Miss Fortune sospirò e annuì.

‘È probabile che non arriveremo a vedere il mattino.’ disse, senza riuscire a trattenere un sorriso.

‘Non è la prima Mietitura che affrontiamo insieme, Capitano.’ disse Rafen, tamburellando sul pomolo a forma di teschio della sua spada. ‘Che io sia dannato se sarà l’ultima!’

 

Parte II

 

Olaf era quasi giunto alla Bacio dell’Inverno quando sentì le grida. All’inizio non ci fece caso, le urla erano comuni a Bilgewater, ma quando vide uomini e donne fuggire terrorizzati dalle banchine iniziò a interessarsi.Fuggivano dalle barche e si inerpicavano a testa bassa per le strade tortuose. Non si guardavano indietro e non si fermavano, nemmeno quando un compagno inciampava o cadeva in acqua.Olaf aveva già visto uomini fuggire dalla battaglia, ma questa situazione era diversa. Questo era puro terrore, del tipo che aveva visto soltanto sui volti dei cadaveri rigettati dal ghiacciaio dove si diceva vivesse la Strega dei Ghiacci.

Lungo i moli le imposte venivano chiuse e gli strani simboli che aveva visto su tutte le porte venivano freneticamente coperti di polvere bianca. Argani enormi sollevavano sulle scogliere strutture di legno formate dagli scafi di numerose navi inchiodati insieme.

Riconobbe un oste che gestiva una bettola dove la birra era appena più forte del piscio di troll e gli fece un cenno.

‘Cosa succede?’ gridò Olaf.

L’oste scosse la testa e indicò l’oceano prima di sbattere la porta. Olaf appoggiò il dente del krakenwyrm sulla pietra del molo e si voltò per vedere a cosa si riferisse.

All’inizio pensò si trattasse di una tempesta, ma era solo nebbia nera. Anche se in effetti si trattava di una nebbia dalla velocità e fluidità innaturali.

‘Ah, bene.’ disse, sganciando l’ascia dalla cintura. ‘Sembra interessante.’

La sensazione dell’impugnatura di cuoio dell’arma consumata dalle battaglie era piacevole per le sue mani coperte di calli. Iniziò a sciogliere i muscoli delle spalle, passando l’ascia da una mano all’altra.

La Nebbia Oscura ricoprì le navi più lontane e Olaf spalancò gli occhi di fronte agli spiriti che la animavano, fuggiti agli incubi più neri. Erano guidati da un enorme cavaliere del terrore, una mostruosa chimera di cavallo e uomo e da un mietitore vestito di nero circondato da fiamme verdi. I signori dei morti lasciarono che l’armata di spiriti si dedicasse alla caccia sulle banchine e volarono verso Bilgewater con la velocità di predatori.

Olaf aveva sentito i racconti dei locali a riguardo di qualcosa chiamato Mietitura, un periodo di disperazione e oscurità, ma mai avrebbe immaginato di essere così fortunato da affrontarla impugnando la sua ascia.

L’esercito dei morti attaccò con artigli e zanne le galere ondeggianti, le navi di corsari e i mercantili, squarciandoli come un orso affonda il muso in una preda appena uccisa. Le vele venivano strappate, le sartie si spezzavano come tendini marci. Gli alberi si frantumavano, le barche venivano gettate le une contro le altre e ridotte a brandelli.

Un’armata di spettri urlanti volò verso la Bacio dell’Inverno e Olaf ruggì rabbiosamente mentre la chiglia della trireme si sollevava e si spezzava. La nave affondò come se fosse piena di pietre e Olaf vide i suoi compagni del Freljord venire trascinati sott’acqua da creature con arti cadaverici e bocche deformate da ami.

‘Olaf vi farà desiderare di essere rimasti morti!’ gridò mentre caricava lungo il molo.

L’oceano ribolliva di spiriti, artigli gelidi cercavano di afferrarlo. L’ascia di Olaf iniziò la sua canzone, affondando nell’armata con un arco scintillante. I morti strillavano a ogni colpo, la sua lama di Vero Ghiaccio più letale di qualsiasi incantesimo.

Gemevano morendo una seconda volta e Olaf cantò con vigore la canzone che aveva scritto per il momento della sua morte. Le parole erano semplici, ma valevano quanto quelle di qualsiasi saga raccontata dai poeti vagabondi del ghiaccio. Per quanto aveva aspettato di poterle cantare? Quante volte aveva avuto paura di non poterlo fare?

Una nube di zanne lo avvolse, spettri e cose fatte di nebbia. Ragnatele di gelo coprivano la sua cotta e il tocco mortale degli spiriti voraci gli bruciava la pelle.

Il cuore di Olaf era possente e pompò il suo sangue a un livello di furia sconosciuto a chiunque, tranne che ai berserker. Si scrollò di dosso il dolore del tocco degli spettri, la ragione lasciava il posto alla furia.

Dagli angoli della bocca uscì una schiuma rossa: aveva morso l’interno delle sue stesse guance. Ruggì e colpì con l’ascia come un folle, non curandosi del suo dolore, ma solo di quello che causava ai nemici.

Il fatto che fossero già morti non faceva nessuna differenza.

Olaf sollevò l’ascia, pronto a colpire di nuovo, quando alle sue spalle esplose il suono assordante di colonne e tetti frantumati. Si voltò per affrontare il nuovo nemico mentre una tempesta di frantumi di legno e pietre si abbatteva sulla banchina. Schegge acuminate gli tagliarono il viso e pezzi di pietra grossi come pugni gli massacrarono le braccia. Sotto una pioggia di grasso sciolto e fluidi animali udì un orrendo gemito provenire dalla Nebbia Oscura.

Poi lo vide.

Lo spirito del krakenwyrm emerse dai resti dei Moli del Sangue. Immenso e ricolmo di collera, i suoi tentacoli fantasma si abbattevano come fulmini lanciati da un dio vendicativo. In un batter d’occhio un’intera strada era stata demolita. La furia berserker di Olaf ebbe un’impennata, finalmente affrontava un nemico degno di reclamare la sua vita.

Olaf sollevò l’ascia per salutare il suo assassino.

‘Qui, bello!’ gridò, mentre caricava verso il suo destino.

 

Parte III

 

La donna era stupenda, con grandi occhi a mandorla, labbra carnose e gli zigomi alti tipici della Demacia. Il ritratto nel medaglione era un capolavoro in miniatura, ma non riusciva a cogliere appieno la profondità della forza e della determinazione di Senna.Guardava di rado quell’immagine, sapeva che portare il suo lutto troppo vicino al cuore lo indeboliva. Il dolore era una crepa nella sua corazza. Lucian non poteva permettersi di sentire veramente la perdita. Chiuse il medaglione. Sapeva che avrebbe dovuto seppellirlo nella sabbia di questa grotta sotto la scogliera, ma non poteva lasciare i ricordi sotto terra come aveva fatto col corpo di lei.Avrebbe ignorato il dolore fino a quando non avesse distrutto Thresh e vendicato la morte di Senna.

Allora e solo allora avrebbe potuto piangere la morte di sua moglie con lacrime e offerte alla Signora Velata.

Quanto tempo era passato da quella notte orribile?

L’abisso senza fondo del dolore era in agguato e lo soppresse ferocemente come aveva già fatto tante volte. Fece ricorso agli insegnamenti del suo ordine, iniziò a ripetere i mantra che lui e Senna avevano imparato per proteggersi dalle emozioni. Solo così poteva raggiungere un equilibrio interiore che gli avrebbe permesso di affrontare orrori indicibili.

Il dolore diminuì lentamente, ma rimase.

Aveva aperto il medaglione controvoglia, il ricordo di Senna iniziava a essere troppo distante. Si era reso conto di non ricordare più con precisione il profilo del suo viso, la dolcezza della sua pelle o il colore dei suoi occhi.

Più a lungo proseguiva questa caccia, più la sentiva distante.

Lucian alzò la testa e lasciò uscire un respiro, costringendo il cuore a rallentare il battito.

Le pareti della grotta scavata nella scogliera su cui era cresciuta Bilgewater erano di una pallida pietra calcarea. L’erosione dell’acqua e i picconi di pietra dei nativi avevano creato un labirinto sotterraneo di cui pochi conoscevano o sospettavano l’esistenza. Sulle pallide pareti di roccia erano incise spirali, onde e cose che potevano essere occhi impassibili.

Sapeva che si trattava di simboli legati alla religione dei nativi, ma chi li aveva tracciati non aveva più visitato questo luogo da molti anni. L’aveva trovato seguendo i simboli segreti del suo ordine, simboli che l’avrebbero guidato a un rifugio sicuro in ogni città di Valoran.

Il soffitto della grotta era illuminato solo da tenui riflessi, ma mentre con gli occhi seguiva la spirale di incisioni una luce tremolante iniziò a irradiarsi dalla sua mano.

Lascia che sia il tuo scudo.

Lucian abbassò lo sguardo, il ricordo di quelle parole ancora vivido come se lei fosse al suo fianco.

Il medaglione brillava di luce verde.

Si appese al collo la catenella e impugnò le sue due pistole gemelle.

‘Thresh.’ sussurrò.

 

Parte IV

 

Le strade di Bilgewater erano deserte. Le campane continuavano a risuonare dall’oceano e grida di terrore provenivano dalle profondità. La Città del Ratto era del tutto ricoperta dalla Nebbia Oscura e la tempesta ululava sulla desolazione di Porto del dolore. Sul Ponte del Massacro ardevano fuochi e una foschia tremolante avvolgeva Porto Grigio.La popolazione dei quartieri più elevati della città era nascosta in casa a pregare la Donna Barbuta di risparmiarli durante la Mietitura, di far cadere questo dolore su qualche altro sfortunato.Lumini di ambra grigia illuminavano ogni finestra, la loro luce visibile attraverso i vetri verde bottiglia. Radici di Imperatrice della Foresta Oscura bruciavano appesi alle porte, alle imposte e alle travi inchiodate.

‘La gente crede davvero nell’Imperatrice?’ chiese Miss Fortune.

Rafen alzò le spalle, la bocca una linea sottile e le rughe attorno agli occhi tese nella ricerca di minacce nella nebbia. Da sotto la camicia tirò fuori una radice bruciante.

‘Dipende tutto da ciò in cui si crede, non è così?’

Miss Fortune estrasse le pistole.

‘Io credo in queste e in noi,’ disse. ‘Cos’altro hai?’

‘Questa sciabola mi ha aiutato a sopravvivere a sei Mietiture.’ disse, tamburellando di nuovo sul pomolo. ‘Ho sacrificato alla Donna Barbuta una bottiglia di rum invecchiato dieci anni e questo pugnale mi è stato venduto da un uomo che giurava fosse fatto del più puro acciaio del sole.’

Miss Fortune diede una rapida occhiata al pugnale nel fodero. Non aveva bisogno di vedere la lama per sapere che Rafen era stato raggirato. La lavorazione della guardia era troppo grezza per essere demaciana, ma non aveva intenzione di dirglielo.

‘E tu?’ chiese Rafen.

Miss Fortune diede una pacca alla borsa delle pallottole.

‘Ogni colpo è stato immerso nel Buio di Myron.’ a voce abbastanza alta da farsi sentire da tutti i suoi trenta uomini. ‘Se i morti cercano qualcosa di forte, saremo pronti ad accoglierli.’

Le tenebre opprimenti rendevano difficile ridere, ma vide qualche sorriso e in una notte come questa non poteva pretendere di più.

Si voltò e si diresse verso Bilgewater, percorrendo ripide scalinate scavate nella pietra della scogliera, attraversando ponti segreti di corda quasi marcita e camminando in vicoli dimenticati che non erano stati calpestati per anni.

Li guidò fino a un ampio slargo su uno dei pontili diroccati, dove le abitazioni ondeggianti si appoggiavano le une alle altre come se dovessero sussurrarsi nelle orecchie. Ogni facciata era un mosaico di legno recuperato, il ghiaccio pendeva da travi deformate. Un vento gelido e carico di pianti e grida soffiava tra le baracche. Bracieri accesi pendevano da centinaia di sartie tese tra le costruzioni e spandevano il fumo di strane erbe. Pozze d’acqua riflettevano cose che non esistevano.

Di solito questa zona era un mercato vivace, affollato fino alle murate da banchetti, venditori di carne e alcol, mercanti, pirati, cacciatori di taglie e reietti giunti dagli angoli più remoti del mondo. La piazza era visibile quasi da ogni punto di Bilgewater ed era esattamente ciò che lei voleva.

La nebbia si avvinghiava a ogni trave sporgente.

Polene abbandonate piangevano lacrime di ghiaccio.

La nebbia e le ombre si radunarono.

‘Piazza dei Tagliaborse?’ chiese Rafen. ‘Come siamo arrivati qui? Pensavo di conoscere tutti gli ingressi e le uscite come ogni monello del pontile che si rispetti.’

‘Non tutti.’ disse Miss Fortune.

Le numerose abitazioni erano mute e buie e dovette resistere all’impulso di guardare attraverso gli stracci inchiodati sulle finestre a oblò.

‘Come fai a conoscere queste strade?’

‘Lady Bilgewater e io siamo simili.’ disse Miss Fortune, concentrando il suo sguardo sulla Nebbia Oscura che filtrava nella piazza. ‘Mi confida i suoi segreti come un vecchio amico. Conosco ogni vicolo e ogni passaggio più di quanto potrai mai fare tu.’

Rafen grugnì mentre prendevano posizione nella piazza.

‘E ora?’

‘Aspettiamo.’ disse Miss Fortune una volta raggiunto il centro della piazza. Si sentiva tremendamente esposta.

Nelle profondità della Nebbia Oscura c’erano cose che si contorcevano.

Un teschio di luce spettrale uscì dall’oscurità, gli occhi vuoti e i denti affilati. La mandibola si apriva più di quanto le ossa avrebbero permesso in natura e un lamento funebre crebbe nella sua gola.

I proiettili di Miss Fortune perforarono entrambe le orbite e il teschio sparì con un urlo di frustrazione. Fece ruotare il tamburello di ogni pistola e l’ingegnoso meccanismo le ricaricò entrambe.

Per un momento, vi fu solo silenzio.

Quindi, la Nebbia Oscura eruppe in un gemito stridulo mentre gli spiriti dei morti invadevano la piazza.

 

Parte V

 

Per la seconda volta quella sera, Olaf si fece strada all’interno del krakenwyrm morto. Impugnava l’ascia come un boscaiolo impazzito, tagliando a destra e a sinistra con un abbandono gioioso. I grandi arti della bestia erano privi di consistenza come la nebbia, ma il ghiaccio della sua lama li tagliava come fossero carne.I tentacoli si agitavano e si abbattevano sulla pietra del molo, ma nonostante le sue dimensioni Olaf era molto rapido. I guerrieri lenti non sopravvivevano a lungo nel Freljord. Rotolò e colpì con l’ascia, mozzando un arto che sparì dall’esistenza appena separato dal corpo del mostro.Anche nella stretta del velo rosso, Olaf vide il cranio della creatura al centro del caos di arti fantasma che lo circondava.

I suoi occhi bruciavano degli spiriti inferociti della sua vita.

Per un momento una sublime connessione passò tra di loro.

L’anima della bestia lo conosceva.

Olaf rise in estasi.

‘Hai di fronte a te l’uomo che ti ha preso la vita e ora siamo legati dalla morte!’ ruggì. ‘Forse se mi uccidi potremo continuare a combattere per sempre nei regni oltre la comprensione dei mortali.’

La prospettiva di una battaglia eterna contro un nemico così potente riversò nuova forza nei muscoli doloranti di Olaf. Caricò verso le fauci del mostro, ignorando il dolore. Ogni contatto con i tentacoli del krakenwyrm gli bruciava la pelle più dei venti affilati della costa di Lokfar.

Fece un balzo, sollevando l’ascia.

Guardò negli occhi la sua gloriosa morte.

Un tentacolo partì verso di lui e gli afferrò la coscia.

Lo fece roteare stordendolo e sollevandolo in aria.

‘Avanti!’ urlò Olaf, sollevando l’ascia verso il cielo per salutare il loro destino comune. ‘Verso la morte!’

 

Parte VI

 

Una creatura spettrale dotata di artigli avidi e di una bocca di gelide zanne balzò dalla massa roteante di spiriti. Miss Fortune gli sparò in pieno volto e il fantasma svanì come fumo nel vento.Un secondo colpo e un altro spirito svanito.Sorrise nascondendo la paura mentre si riparava per ricaricare dietro una bitta di pietra erosa dalle intemperie che rappresentava il Re del Fiume. D’impulso si sporse e diede un bacio a quel sorriso ricco di denti.

Dipende tutto da ciò in cui si crede.

Dei, proiettili o la sua stessa abilità?

Il sorriso sparì dal suo volto: una delle pistole si era inceppata, emettendo uno scricchiolio metallico. Gli ammonimenti di sua madre emersero da angoli remoti della sua memoria.

‘Ecco cosa ottieni quando fai mischiare la polvere da qualcun altro, Sarah.’ disse rinfoderando la pistola ed estraendo la spada. Un esempio di artigianato tra i migliori che avesse mai visto che aveva sottratto al capitano di una galeota demaciana diretta a nord lungo la costa di Shurima.

Miss Fortune scattò dalla copertura, facendo fuoco con la pistola e fendendo le creature di nebbia con la spada. Il colpo fece sparire un altro spettro e la sua lama trovava resistenza come se tagliasse carne e ossa. Che gli spiriti dei morti avessero una componente fisica che poteva essere ferita? Improbabile, ma in qualche modo li stava ferendo.

Non aveva tempo per soffermarsi sul problema e aveva il sospetto che farlo le avrebbe fatto perdere qualsiasi potere avesse acquisito.

Uomini e donne gridavano mentre la tempesta di spiriti dei morti riempiva piazza dei Tagliaborse, con artigli che gelavano il sangue o penetravano nel petto e strappavano cuori con il terrore. Sette erano morti, forse di più, le anime strappate ai loro cadaveri per farli rivolgere contro i compagni. Il suo gruppo si batté eroicamente con lame e moschetti, gridando il nome della Donna Barbuta, di una persona amata o persino di divinità pagane di terre misteriose.

Basta che funzioni, pensò Miss Fortune.

Rafen era caduto in ginocchio, il volto color cenere. Ansimava come una prostituta del porto a fine turno. Frammenti di nebbia lo avvolgevano come ragnatele e la radice che portava al collo bruciava di un rosso impetuoso.

‘In piedi! La battaglia non è finita!’ disse.

‘Non venirmi a dire che la battaglia non è finita.’ disse scattando in piedi. ‘Sono sopravvissuto a più Mietiture di quante ne potresti avvolgere con la coda di un ratto.’

Prima che Miss Fortune potesse chiede cosa volesse dire, si sporse di lato e fece fuoco con la pistola verso qualcosa dietro di lei. Uno spirito ibrido di lupo e pipistrello strillò mentre spariva. Un altro, fatto di uncini e zanne, balzò verso il suo comandante in seconda, permettendole di restituire il favore.

‘Tutti giù!’ gridò Miss Fortune, prendendo un paio di bombe dalla cintura e lanciandole verso la nebbia urlante.

Un’esplosione di fiamme e fumo assordò la piazza, riempiendola di schegge di legno e frammenti di pietra. Frantumi di vetro caddero in una pioggia di lame scintillanti. Una nebbia acre li avvolse, ma era di natura umana e non spiritica.

Rafen scosse la testa e si mise un dito nell’orecchio.

‘Cosa c’era in quella bomba?’

‘Polvere da sparo, essenza di copale e ruta.’ disse Miss Fortune. ‘Dalla mia riserva speciale.’

’E quella roba funziona contro i morti?’

‘Mia madre ci credeva.’ disse lei.

‘Mi basta.’ disse Rafen. ‘Sai, potremmo anche farcela–’

‘Non dirlo.’ lo ammonì Miss Fortune.

La nebbia iniziò a riformarsi nella piazza. Prima erano solo piccoli riccioli e fili, poi formò il contorno di mostri, cose con gambe, fauci dentate e braccia che finivano in uncini o chele. Gli spiriti che credevano di aver ucciso.

Si riformavano. Tornavano.

Com’era quel detto sui piani di una persona e il contenuto di una latrina?

‘Sembra che uccidere i morti sia più difficile del previsto.’ disse Miss Fortune, cercando di nascondere il terrore che provava.

Era stata ingenua: aveva creduto che dei ninnoli e la fede fossero sufficienti ad affrontare gli spiriti dei morti. Aveva voluto dimostrare alla gente di Bilgewater che non avevano bisogno di Gangplank, che potevano controllare il proprio destino.

Invece stava per farsi uccidere, lasciando la città in balia del caos.

Un rombo profondo attraversò la piazza. Poi un altro.

Il tuono di una tempesta in avvicinamento.

Crebbe fino a diventare il colpo di martello su un’incudine, sempre più veloce e potente fino a quando il terreno stesso non iniziò a scuotersi.

‘Per i nove inferni, cos’è quello?’ disse Rafen.

‘Non lo so’, disse Miss Fortune. La sagoma di un cavaliere spettrale in un’armatura color della notte emerse dalla nebbia. Era in sella a un cavallo dalle proporzioni innaturali e l’elmo somigliava a un demone ringhiante.

‘Un cavaliere del terrore.’ disse Miss Fortune.

Rafen scosse la testa, impallidito.

‘Non è un cavaliere.’ disse. ‘È l’Ombra della Guerra…’

 

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